Dalla call del Comune di Milano alla piattaforma di Italiacamp, le opportunità aperte a tutti

Post-Covid. Chi sono gli architetti in campo, iniziative, manifesti, piattaforme e progetti

Paola Pierotti, PPAN
29. aprile 2020
Foto tratta da www.pergenova.com
 

Se per molti il modello Genova, quello che ha portato alla rapida ricostruzione del Ponte, è da esempio per la fase 2, non è così per il mondo dell’architettura che non dimentica come il progetto del nuovo viadotto costruito al posto del Morandi sia nato da un dono, senza una gara e senza considerare il codice degli appalti. Non diversa la posizione del mondo delle costruzioni. 

«Genova è un’operazione straordinaria, è l’eccezione che conferma la regola. In Italia le cose non vanno come in questo caso. Basti ricordare il disastroso cratere del terremoto dell’Aquila o quello del Centro Italia – dichiara Gabriele Buia, presidente Ance nazionale –. Nel nostro Paese servono in media 16 anni per un’opera di oltre 100 milioni di euro. Per ripartire bisogna iniziare a togliere la burocrazia, a semplificare le procedure, ma anche smettere di invocare i commissari per risolvere i problemi che sono la negazione assoluta delle regole che ci sono». Un bel traguardo per Genova e non solo, quindi, il varo dell’ultima campata del nuovo ponte, ma forse non un caso-scuola per un’Italia-post Covid che immagina un futuro diverso. 

Foto tratta dal sito www.commissario.ricostruzione.genova.it

Mentre lentamente scende la curva dei contagi, si moltiplicano le iniziative sull’immaginazione del futuro. Manifesti, petizioni, piattaforme si aggiungono, giorno dopo giorno, nel tentativo di dare risposte su casa, quartiere, nuovo digitale, mobilità, educazione, luoghi della salute, presidi ospedalieri e hub territoriali.

Il Consiglio Nazionale degli architetti sta lavorando per lanciare una piattaforma digitale di partecipazione «per l’intera comunità degli architetti. Un luogo di scambio – si legge in una nota del CNAPPC – per raccogliere suggestioni, proposte e contributi che verranno veicolati ai decision makers, come contributo degli architetti al progetto di futuro per il nostro Paese». In attesa che questa iniziativa in arrivo a ridosso della fase 2 si concretizzi, sono decine quelle attive da tempo e che non di rado aggregano progetti puntuali. Tra le più recenti quella del Comune di Milano, già corredata di una proposta strategica, alla quale chiunque può contribuire con suggerimenti e critiche. Si chiama “Milano 2020. Strategia di adattamento. Documento aperto al contributo della città” e l’assessore all’Urbanistica Pierfrancesco Maran l’ha presentata commentando: «siamo una delle prime città europee a proporre una strategia per un periodo che sarà nuovo e difficile, anche per questo è bene prendere il tempo e discuterne».

Tra gli altri operatori impegnati per il “dopo” c’è Italiacamp che ha lanciato il progetto “Ripartiamo insieme”, nato per stimolare attività concrete a supporto della ripartenza. Si cercano proposte di policy che regolamentino un nuovo modo di agire e di vivere il quotidiano, ma anche progetti di impresa o buone pratiche che prevedano, per esempio, sistemi attraverso cui regolare e pianificare le presenze in luoghi pubblici, spazi come uffici postali, chiese, supermercati, stazioni, ma anche mezzi pubblici. Si cercano tecnologie che permettano la riconversione in digitale, o comunque in remoto, dei grandi eventi/luoghi di intrattenimento, cultura, networking e business. E ancora, tool che facilitino la ripresa delle attività didattiche e formative, oltre all’accesso ai servizi della pubblica amministrazione. Fondamentale la creatività per disegnare soluzioni che abilitino la riconversione dei luoghi privati a luoghi per il lavoro e per la condivisione di proposte che valorizzino e abilitino le micro-comunità. 

Dall’idea di tre architetti, Flavia Brenci, Maurizio Carta e Mosè Ricci arriva la piattaforma open source DOPO (Design Oriented Postpandemic Opportunities), nata con l’intento di dare una risposta sul possibile futuro con un approccio interdisciplinare e tenendo insieme mondo accademico e professionale. Altri architetti rappresentati dagli studi Corvino+Multari e Tamassociati, con Pino Scaglione hanno in programma un format che hanno definito “acceleratore di pensiero” per ripensare, ripartire e agire. «Un laboratorio per la città del domani. Sentiamo la necessità di ascoltare e confrontarci con competenze riconosciute che provengono da altre professionalitù – racconta Vincenzo Corvino –, un atto di umiltà da parte di architetti e urbanisti per raccogliere istanze che arrivano dalla società e predisporsi a dare risposte concrete, essenziali, appropriate». In arrivo anche una proposta corale da parte del DesignTech Hub, il primo hub d’innovazione tecnologica dedicato al design, situato nell’area Mind. Coinvolte decine di studi affermati a scala nazionale e internazionale per rimettere al centro del dibattito il design unito alla tecnologia, un binomio prezioso per superare la crisi sanitaria ed economica e ridefinire gli spazi in cui la vita quotidiana scorre. 

Design Tech Hub, primo hub di innovazione tecnologica. Foto tratta da thedesign.tech

Dal mondo della progettazione, scommettendo sul futuro, si è fatta sentire la voce dell’Inarch che ha sottoscritto un documento sottolineando come rimanga fondamentale «il ruolo del progetto, ovvero di un’architettura che sappia ripartire da una nuova concezione dello spazio domestico per estendersi poi a una visione territoriale capace di contrastare gli squilibri geografici e le diseguaglianze sociali che, diversamente, sono destinati ad approfondirsi e aggravarsi». Per la ripresa si elencano una serie di tematiche. Queste vanno dalla creatività progettuale al “modo di produzione italiano”, forte di un sistema integrato che capitalizza la forza della “galassia di individualità creative”. E ancora dalla preferenza per “habitat policentrici e complessi” per contrastare “grandi assembramenti edilizi”, alle politiche di “rigenerazione urbana” con un “grande piano di edilizia popolare pubblica”. Non secondario il tema dell’alleanza con la natura con il richiamo ad una “nuova stagione per il paesaggio agrario”, e declinazioni metropolitane che vadano dagli “orti urbani” alle più innovative “fattorie verticali”.

Sull’ecologia integrata si sono concentrate le numerose associazioni che condividono un DNA green come Marevivo, Fondazione Symbola, Greenpeace, Italia Nostra, Kyoto Club, Legambiente e WWF Italia. Sono loro che hanno fatto sentire la propria voce chiedendo di mettere al primo posto la salute dell’uomo e dell’ambiente: «ripartiamo dalla natura, dalle persone, dalla vita». Tema che richiama l’enciclica Laudato Si’ di papa Francesco, “disattesa nei fatti” come dicono in molti. 

L’emergenza Coronavirus ha dato il via a una serie di azioni volte a trovare delle soluzioni per supportare le comunità nell’immediato. Le imprese convertono la loro produzione per realizzare mascherine o camici, le piattaforme di crowdfunding lanciano campagne di raccolta fondi soprattutto per dotare gli ospedali di nuove unità di terapia intensiva, ma anche per supportare iniziative specifiche, gli attori dell’innovazione lanciano call per ricercare progetti e dispositivi all’avanguardia su diagnostica e monitoraggio. Per restare nel mondo dell’architettura, in Italia, tra i primi a presentare una soluzione concreta sono stati Carlo Ratti e Italo Rota, progettisti del padiglione Italia per il prossimo Expo di Dubai e autori di un prototipo open source per una struttura sanitaria industrializzata e autosufficiente.

Carlo Ratti e Italo Rota, prototipo di struttura sanitaria industrializzata. Immagine di CRA-Carlo Ratti Associati

Se da più parti si è segnalata l’assenza di architetti tra le centinaia di professionisti chiamati nelle task force che gravitano intorno al Governo, e se si attende la concretizzazione di azioni da parte degli organi di rappresentanza, il mondo della progettazione si è fatto sentire nelle ultime settimane attraverso i media, anche grazie all’intervento di alcuni ambasciatori. Con relativi commenti che per giorni hanno popolato i social media. Tra i grandi nomi si sono esposti: Massimiliano Fuksas, Stefano Boeri e Mario Cucinella. Fuksas si è speso con delle indicazioni puntuali su come immaginare le case post-Covid. Per questa ricerca, l’architetto romano è stato coinvolto in prima battuta dallo studio Archea Associati che ha riunito anche un pool di esperti del mondo sanitario e dell’IT, insieme a rappresentanti dell'accademia, per sviluppare indicazioni puntuali su come aggiornare il set minimo di un appartamento (compreso un kit di primo soccorso) e successivamente sviluppare un prototipo. Boeri è intervenuto «sull’opportunità di far rivivere centinaia di piccoli centri bellissimi e abbandonati, recuperando così l’anima del Paese» e ancora sulla necessità di «usare le tecnologie digitali più avanzate per rigenerare il lavoro agricolo, la cura dei boschi e garantire il lavoro intellettuale a distanza». Cucinella si è soffermato sul tema del “cambiamento”, sollecitando una presa di coscienza politica. «In un momento come questo dove il presente è difficile per tutti, abbiamo bisogno di futuro – dice l’architetto bolognese – e di sapere come lo affronteremo. Ma vogliamo anche assicurarci che con le persone competenti progetteremo questo futuro che non è domani, ma è tra 10, 20 anni, quando alcuni aspetti della nostra vita saranno forzatamente cambiati. Ad affacciarvisi sarà una generazione di giovani con altri interessi e preoccupazioni, dove i temi ambientali e sociali saranno determinanti non solo per le persone ma per le economie del pianeta. L’Italia è un esempio unico di equilibrio tra natura e cultura tra industria e artigianato, tra agricoltura e territorio, tra arte e storia».

Borghi, aree interne e città. Più voci hanno sottolineato l’opportunità di scommettere sulla rinascita dei piccoli centri. Sul tema è intervenuto Edoardo Zanchini vicepresidente nazionale di Legambiente sottolineando «che la fuga nei borghi non deve diventare la fuga dai problemi delle città e dei territori italiani. Emergenze che dovranno entrare nella fase 2». Zanchini ha citato il recente progetto di Rem Koolhaas “Contryside, The Future” per dire che già «il più efficace narratore del fascino delle grandi metropoli ha proposto di guardare al 90% della superficie terrestre che non è urbana. Questo tema trova forza anche nella crisi climatica che stiamo vivendo – aggiunge – ma non può essere una resa circa l’obiettivo di cambiare quegli spazi dove oggi i problemi si concentrano».

Da Venezia è arrivata la testimonianza di Ezio Micelli, urbanista e professore dell’università Iuav: «Il cambiamento nei mesi che verranno non è un fatto scontato, ma l’esito di una scelta consapevole. Per la città lagunare – racconta – scossa prima dalle acque alte straordinarie e poi dall’epidemia, l’economia e la società rischiano uno shock senza precedenti nella storia recente. Gli eventi che viviamo possono essere tuttavia occasione di cambiamento per un diverso equilibrio dell’economia della città, e in particolare tra il turismo e le altre attività. Può essere questa l’occasione per dare spazio alle tante forme di una economia della conoscenza e della creatività che a Venezia troverebbero una sede naturale e privilegiata». La posta in gioco non è solo sopravvivere all’urto del Coronavirus: la sfida, certamente ambiziosa, «consiste nella sperimentazione di un diverso sviluppo delle nostre città».

 

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