Contaminazione di saperi, progetti interdisciplinari, soluzioni multiple per costruire “insieme” una piattaforma di riconciliazione

Enciclopedia-Sarkis, in mostra a Venezia il meglio della ricerca sul rapporto tra architettura e umanità

Paola Pierotti, PPAN
21. giugno 2021
Arsenale. Foto di Andrea Avezzù. Per cortesia de La Biennale di Venezia

Transdisciplinarietà e contaminazione, storie che legano ecologia e tecnologia, progetti che scommettono su un diverso futuro. Protagonista è l’umanità, studiata sotto le molteplici forme possibili della convivenza. Sono infinite le chiavi di lettura della Biennale di Architettura (aperta a Venezia fino al 21 novembre 2021), impegnata con il suo curatore Hashim Sarkis a dare risposte alle cause della pandemia, a partire dal cambiamento climatico, considerando le disuguaglianze sociali, le migrazioni di massa, la profonda polarizzazione emersa nel mondo. «Bisogna creare piattaforme di riconciliazione, capire a fondo le cause della pandemia – ha dichiarato il curatore della 17 Mostra, Hashim Sarkis – e risolverle, per andare avanti». Ma come? Cosa può fare l’architettura? Quale ruolo per gli architetti? Quali nuovi orizzonti per l’immaginario collettivo? Il progetto come occasione per «costruire dei ponti, per collegare quartieri diversi, per connettere terra e mare». 

Una Biennale in presenza. Quello di Venezia è stato uno dei primissimi eventi live post pandemia. Gestito in tutta sicurezza con le normative anti-Covid e senz’altro una boccata di ossigeno per favorire l’incontro e lo scambio. Un’apertura ritardata di un anno, che ha tenuto conto nei contenuti dello tsunami pandemico. Avrebbe potuto forse portare anche qualche innovazione nel format come sta annunciando Expo Dubai, anch’esso rinviato dal 2020 al 2021? 

Quali professionalità intorno al progetto. Una Biennale con tanti nomi nuovi. Il 96% degli studi di architetti coinvolti è presente per la prima volta e tra loro si conta anche una dozzina di professionisti under 35. Spazio alla pianificazione, all’ingegneria e all’urbanistica, e poi all’arte. In campo sociologi, scienziati, geografi, scenografi, musicisti. La biologia è protagonista con le api, i funghi, le alghe. Il racconto è fatto di petizioni, denunce, provocazioni e di qualche esperienza concreta che spazia dalla rigenerazione urbana alla partecipazione. Si parla di progettazione computazionale e fabbricazione digitale piuttosto che di ricerca sui materiali (come l’involucro auto-portante in fibre di vetro e carbonio, che si materializza nel percorso lungo le Corderie). 

Ma quali soluzioni passano il test della ricerca e diventano progetto? Come si tengono insieme i dati delle infografiche, proponendo un racconto intellegibile per la comunità di riferimento, per i committenti di domani?

Comunità e convivialità. How will we live together? Questo il tema della Biennale 2021 e il “tavolo” è uno degli oggetti che si ritrova più frequentemente lungo l’esposizione. Dal padiglione della Corea a quello dei paesi nordici, fino al bancone dove poter prendere una tisana dalla Danimarca. Un tavolo è imbandito anche al Padiglione Centrale dei Giardini della Biennale nella sezione della mostra che si interroga sui profughi alla ricerca di rifugi sicuri. Alle Corderie invece, “Refuge for Resurgence” rappresenta un banchetto multi-specie ambientato dopo la fine del mondo. Una scena ricostruita attorno ad un tavolo di quercia che mette a nudo una conversazione tra la paralisi generata dalla paura (dovuta al repentino passaggio della Terra ad un clima precario) e l’audacia che nasce dalla speranza. Un messaggio che richiama l’impegno a lavorare insieme per creare forme durature di condivisione e sopravvivenza. 

Refuge for Resurgence. Foto PPAN

Una rivoluzione al femminile. «Oltre due terzi dei lavori esposti alla Biennale Architettura 2021 sono curati o co-curati da donne. Tuttavia, solo il 12% dei grandi studi di progettazione nel mondo sono a guida femminile. Il contrasto rende urgente guardare all’altra metà dell’architettura, alla presenza e al ruolo delle donne nella progettazione. La geografia del femminile nell’architettura non è interessata a fissare confini perché, come sostiene Odille Decq, "non siamo donne architetto, siamo architetti". Tuttavia, occorre confrontarsi con un sistema economico, sociale e culturale ancora profondamente impostato su canoni maschili. Con questo facciamo i conti. Come ci insegnano quei due terzi di progettiste e curatrici presenti a Venezia, un cambiamento importante sembra essere davvero in corso. Occorre sostenerlo, guidarlo, perché nulla dice che sia irreversibile». Laura Fregolent, urbanista e docente, candidata-rettrice (non eletta) all’Università Iuav di Venezia ha espresso questa riflessione in un articolo pubblicato su Robinson il 29 maggio scorso, ricordando anche che «8 sono le donne su 84 rettori in tutt’Italia». Nel frattempo, però, in questi giorni, se n’è aggiunta un’altra: Padova, dopo 800 anni ha eletto la sua prima rettrice, Daniela Mapelli. E solo otto mesi fa anche l’Università Ca’ Foscari di Venezia aveva scelto come guida una donna, Tiziana Lippiello.

Competenza, responsabilità, esperienza. Un altro punto di vista non è solo questione di quote rosa, come dimostra la stessa presenza di alcune donne, molte anche italiane, protagoniste della mostra curata da Hashim Sarkis. Tra loro ci sono Benedetta Tagliabue (studio EMBT) piuttosto che Claudia Pasquero (ecoLogicStudio), Giuditta Vendrame, Matilde Cassani o Alessandra Covini, Giulia Foscari o Giulia Andi (Lin Architects Urbanists).

A Lina Bo Bardi, architetta, designer, scenografa, artista e critica italiana naturalizzata brasiliana, è stato assegnato il Leone Speciale alla Memoria. «La sua carriera di progettista, editor, curatrice e attivista ci ricorda il ruolo dell’architetto come coordinatore (convener) nonché, aspetto importante, come creatore di visioni collettive. Lina Bo Bardi – ha commentato Sarkis – incarna inoltre la tenacia dell’architetto in tempi difficili, siano essi caratterizzati da guerre, conflitti politici o immigrazione, e la sua capacità di conservare creatività, generosità e ottimismo in ogni circostanza. Tra le sue opere spiccano edifici imponenti che con il loro design coniugano architettura, natura, vita e comunità. Nelle sue mani l’architettura diviene effettivamente una forma di arte sociale capace di favorire l’incontro».

Ritratto Lina Bo Bardi. Per cortesia dell'Instituto Bardi

Dall’architettura all’arte, rimarrà saldo il filo “rosa” e l’attenzione alle persone. All’inizio di giugno il presidente della Biennale di Venezia, Roberto Cicutto, e la curatrice della 59. Esposizione Internazionale d’Arte, Cecilia Alemani, hanno annunciato il tema della Biennale Arte 2022, che si svolgerà dal 23 aprile al 27 novembre 2022: Il latte dei sogni. La Mostra prenderà quindi il nome da un libro di Leonora Carrington in cui, come spiega Alemani, «l’artista surrealista descrive un mondo magico nel quale la vita è costantemente reinventata attraverso il prisma dell’immaginazione e nel quale è concesso cambiare, trasformarsi, diventare altri da sé. La Mostra propone un viaggio immaginario attraverso le metamorfosi dei corpi e delle definizioni dell’umano».

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