Tanti i padiglioni che hanno optato per un format idribo, che sottolinea il nuovo rapporto tra fisico e virtuale accentuato da un anno di pandermia

Con l’onda del Covid, il digitale ridisegna la 17. Mostra di Venezia

Chiara Brivio, PPAN
23. giugno 2021
Giardini de La Biennale. © Andrea Avezzu

Il digitale è stato il vero protagonista dell’anno della crisi sanitaria da Coronavirus. Didattica a distanza, smart working, riunioni virtuali: tanti sono stati i modi in cui il progresso tecnologico (e le sue lacune) ha invaso quotidianità e spazi domestici, spesso troppo piccoli per permettere una serena convivenza anche tra membri della stessa famiglia. La riorganizzazione di case e abitazioni è diventata perciò uno dei fulcri della riflessione di esperti e professionisti sul nuovo ruolo che l’architetto e l’architettura possono avere per migliorare l’esistenza degli uomini, e sugli effetti del dirompente elemento del virtuale su di essa. E la 17. Biennale di Architettura di Venezia, curata da Hashim Sarkis, non si è tirata indietro da questa discussione, scegliendo proprio come titolo How will we live together? (come vivremo insieme?) che esplora le varie possibilità di co-abitazione in un mondo profondamente mutato dalla pandemia.

Sono diversi i padiglioni che hanno deciso di rispondere a questa domanda con soluzioni che attingono dalla commistione tra fisico e digitale, tra due spazi di natura radicalmente diversa e di impatto diverso sulle relazioni, con modalità espositive innovative, che spaziano dai videogiochi, ai blog, ai siti, fino all’installazione di schermi o di semplici QR code. Una scelta, forse controcorrente, che interroga gli stessi visitatori sull’effettiva connessione tra l’architettura e questo tipo di esposizioni più visual che da maquette. 

“Entanglement” è il titolo del padiglione irlandese, curato dal collettivo Annex. Un’installazione al limite del phygital, con grandi schermi inseriti in una struttura cilindrica metallica, che ha come fulcro la riflessione sullo spazio e la centralità che i data center occupano nelle nostre vite, nonché il loro impatto ambientale a livello di consumo energetico. Per i curatori, il «digitale è materiale» e il cloud ha degli effetti tangibili e concreti sull’ambiente che ci circonda, e non rimane uno strumento confinato nello spazio virtuale. Come si può quindi riorganizzare questo spazio sembra una questione irrisolta.

Istallazione al Padiglione irlandese

Dal “vuoto” immateriale del cloud a quello fisico esplorato dalla Germania, la cui installazione (o mancanza di installazione) è stata chiamata “2038 The New Serenity”. Un altro esempio di curatela da parte di un pool di architetti, ecologisti, economisti, scienziati, politici e scrittori, denominati appunto 2038, per uno spazio espositivo che presenta solo dei QR code che rimandano a un sito interattivo. L’intento? Immaginare come sarà il mondo nell’anno 2038, sopravvissuto a grandi crisi, dove «la tecnologia e i big data hanno contribuito a tradurre in realtà idee vecchie e nuove». Una democrazia radicale dove gli architetti hanno avuto un ruolo centrale nell’«aprire le porte». Un’idea di sconfinamento e di infinito, che concretamente non ha muri né barriere, e che lascia irrisolta la domanda sul ruolo dell’architettura in questo nuovo e futuristico scenario.

E sulla stessa idea di esplorazione tra la fluidità e ibridazione di spazio fisici e digitali è costruito il padiglione della Federazione Russia. Migrata interamente online sotto le sembianze del videogioco Open!, la mostra si articola su tre ambiti di riflessione: la vista di un vuoto di un padiglione in ristrutturazione, una stazione per giocare ai videogiochi installata dentro, e una pubblicazione di 28 testi. Un modo per esprimere simbolicamente una visione sociale e politica dell’architettura, nella curatela dell’architetto italiano Ippolito Pestellini Laparelli di 2050.plus, che prova ad esplorare questa commistione tra fisico/digitale e spazi interstiziali, per testarli quali nuovi modelli possibili di co-esistenza.

 

Padiglione austriaco, © Ugo Carmeni

È l’Austria invece a declinare il tema della Biennale in modalità più vicine all’architettura classica, con l’analisi del fenomeno del platform urbanism. Una critica non troppo velata dei curatori Peter Mörtenböck e Helge Mooshammer allo strapotere delle piattaforme utilizzate oggi nella pianificazione urbana, che hanno reso anonime e in serie le modalità di progettazione dei nostri spazi. La loro provocazione è stata articolata negli interventi di 50 professionisti, che in un blog collettivo hanno raccolto e condiviso opinioni su questo tema. Passaggi di questi testi sono poi diventati parte di un’installazione multimediale, comprensiva di video-installazioni, fotografie e slogan colorati. Ma non si tratta solo di un dibattito teorico, i 50 esperti hanno proposto una serie di soluzioni che, sempre muovendosi nell’ambito delle piattaforme digitali, potranno essere d’aiuto per una pianificazione più “equa”.

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