Viaggio nei padiglioni: dalla Russia alla Germania, fino ad arrivare all’Uzbekistan, il modo di raccontare le comunità attraversa i tanti linguaggi dello spazio

Biennale di Architettura, nel pieno e nel vuoto degli allestimenti i tanti modi di stare insieme

Francesca Fradelloni, PPAN
23. giugno 2021
Padiglione russo, © KASA

Nelle forme del vuoto si snoda un linguaggio. Che il vuoto non sia assenza, lo si capisce già dai saggi dei grandi filosofi, in primis Heidegger, ma lo dimostra anche l’attenzione che ne ha l’uomo nella sua esistenza. Cartesio lo definiva come “spazio sostanza”, oggetto denso che può assumere una forma positiva, strutturante e fondativa, rispetto al solido. E così che questo vuoto, con questa accezione, ha preso spazio nei padiglioni della Biennale di architettura di Venezia, facendosi lessico di alcuni curatori, oscillanti tra il troppo pieno (il padiglione Italia, per esempio) e il troppo vuoto (la Germania).

Il padiglione della Federazione RussaOpen!, progettato dall'architetto Alexey Shchusev, si presenta con una consolle, in uno spazio vasto e senza null’altro, per esplorare il tema dei videogiochi e il potenziale sociale degli spazi digitali. L’edificio del padiglione è stato ristrutturato, ma era stato aperto al pubblico nel 1914 e da allora rappresenta una sede fondamentale della cultura del grande Paese nel contesto della Biennale di Venezia. Il progetto di ristrutturazione è stato sviluppato dallo studio di architettura russo-giapponese KASA (fondato da Alexandra Kovaleva e Kei Sato), gran parte degli spazi del padiglione è vuota, così da mettere in mostra l’intervento stesso di ristrutturazione. Nel padiglione tedesco, The New Serenity, che ha fatto molto discutere per le sue drastiche scelte allestitive, è il vuoto spaziale a prevalere a favore di contenuti virtuali, esplorabili via smartphone.Un padiglione lasciato totalmente vuoto con contenuti digitali accessibili tramite codici QR.«Gli architetti si sono resi conto che non costruiscono solo nello spazio, ma anche nel tempo», hanno affermato i curatori. «Ecco perché il team 2038 (fondato da Arno Brandlhuber, Olaf Grawert, Nikolaus Hirsch e Christopher Roth e tra i suoi membri ci sono Tatiana Bilbao e Patrik Schumacher) si è sforzato di esplorare la società futura attraverso politiche prefigurative.

Mahalla urban rural living. Padiglione uzbeko, © GerdaStudio

La pienezza e il messaggio politico del padiglione della Gran Bretagna sono le due leve di The Garden of privatised Delights (Il giardino delle delizie privatizzate). Il progetto inglese riflette sulla necessità di stabilire un dialogo tra spazi pubblici e privatizzati per consentire modelli abitativi più armoniosi. Un allestimento che però non perde la leggerezza. 

Tante risposte diverse. Con tendenza al vuoto, il debutto dell’Uzbekistan affidato agli svizzeri Christ & Gantenbein che hanno rappresentato un quartiere storico della capitale Tashkent in modo molto concettuale con la mostra Mahalla: Urban Rural Living con opere del regista spagnolo Carlos Casas, del fotografo olandese Bas Princen e del CCA Lab di Tashkent.La parola araba “mahalla” ha diversi significati in Uzbekistan: un quartiere tradizionale e una forma di organizzazione della vita comunitaria; un'istituzione di potere sovietica e moderna e un luogo in cui lo stato e la società si incontrano a livello locale. «Quello delle mahalla è un fenomeno sociale, culturale e urbano. Non è necessariamente una risposta alla domanda posta da Hashim Sarkis, ma potrebbe essere un accenno e un'indicazione molto interessanti nei quali una società contemporanea globale potrebbe trovare una visione, un'informazione, un'ispirazione», spiega il curatore Emanuel Christ. Denso e stimolante il padiglione del Cile, Altered Views, che rappresenta Santiago allestendo una quadreria di ex voto contemporanei, e le frasi di alcuni abitanti. «Ricordo che una notte mio padre si perse. Tutte le case erano uguali…Quella notte è entrato in un’altra casa ed è andato a letto…», racconta una delle 500 testimonianze trasformate in 500 dipinti. Ricordi di vite presenti e passate all’interno di questa comunità, pienissima, dove il lavoro collettivo ha riempito le pareti di quadri e riunite storie di case tutte uguali, molto basic. Il quartiere di José Maria Caro è cambiato molto nel corso della sua storia, è fatto di contraddizioni, ma anche di immaginazione. Ci vivono comunità di persone di diverse estrazioni sociali, in una mescla di tradizioni e aspirazioni diverse.

Padiglione cileno, © Francesca Fradelloni

Semplice e diretto il padiglione dell’Argentina di Gerardo Caballero che, seduto in disparte, spiega in un minuto il senso di questo allestimento fatto di case popolari, antiche e moderne, un’architettura semplice, in serie: La casa infinita. Non si entra nella “casa infinita”, si è sempre al suo interno: è così grande che non si può nemmeno uscire, è ampia e aperta, semplice e discreta. La si può percorrere a piedi, in bicicletta, in macchina, in treno, in autobus, perfino in aereo. Ha giardini immensi con montagne e pianure, ha stanze piccole con letti e tavoli, tutto è connesso e la si attraversa da un capo all’altro in un viaggio che dura tutta una vita. Nel vuoto e nel pieno, si raccontano i tanti modi di stare insieme. 

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