Intervista a Luca Zevi sul crollo del Ponte Morandi

 Antonio La Gioia
5. ottobre 2018
Il "Ponte Morandi" dopo il crollo - Foto: Salvatore Fabbrizio, © Creative Commons
Lo scorso 14 agosto una sezione di oltre 200 metri del "Puente Morandi" di Genova - una delle opere di eccellenza dell'ingegneria italiana del secolo scorso - è crollata provocando 43 vittime e diversi feriti. Ne parliamo con l'Architetto Luca Zevi, vice presidente di IN / ARCH, Istituto Nazionale di Architettura Italiana, in questa intervista esclusiva rilasciata per World-Architects.
A due settimane dal crollo del viadotto Polcevera, l’Istituto Nazionale di Architettura (IN/ARCH), di cui Lei è vice-presidente, ha avanzato la proposta di ripristinare l’infrastruttura attraverso un intervento di restauro e reintegrazione. Puó darci maggiori dettagli su questa ipotesi e su come è stata accolta dal mondo professionale e da quello istituzionale?

Si tratta di una proposta di puro buon senso, che tiene conto della necessità di ottemperare alla duplice esigenza di ripristinare al più presto il sistema della mobilità urbana, da un lato, e di approntare in tempi più lunghi un tracciato alternativo – la Gronda o simili – che trasferisca il traffico di attraversamento veloce all’esterno del tessuto urbano, dall’altro. Per raggiungere il primo risultato non c’è dubbio che il restauro delle parti in essere del viadotto e la reintegrazione del Ponte sul Polcevera, con un progetto architettonico chiaramente distinto e riconoscibile sia l’unica strada percorribile. Riguardo al secondo aspetto, se è vero com’è vero che era già in progetto la realizzazione di un nuovo tracciato autostradale tangenziale al centro abitato, appare davvero singolare l’idea di demolire il viadotto attuale per costruirne un altro esattamente nella stessa posizione. Dal mondo professionale voci autorevoli hanno confermato la fattibilità del consolidamento del viadotto, da un lato, e l’opportunità di procedere in tal senso anche al fine di conservare una straordinaria testimonianza della “rivoluzione industriale italiana”, dall’altro. Il mondo istituzionale, al contrario, fin dal primo giorno ha imboccato la direzione della demolizione e della ricostruzione ex-novo, puntando come al solito al conseguimento di un facile consenso popolare attraverso la ”esecuzione sommaria” dell’opera.
Il "Ponte Morandi" prima del crollo - Foto: © Creative Commons
A seguito della tragedia, il viadotto sul Polcevera è diventato per tutti il “Ponte Morandi”, dal nome dell’ingegenre Riccardo Morandi che lo ha progettato nei primi anni ’60 ed a cui il viadotto è intitolato. Ravvisa in questo una volontà di trovare un unico responsabile in grado di scaricare le responsabilità di altri o altro?

Ravviso in questo la volontà di affrontare la condizione di un paziente – il Ponte Morandi, ammalatosi per mancanza di cure preventive - non trasferendolo d’urgenza nel reparto di terapia intensiva, come sarebbe ovvio,  ma… uccidendolo per poi sostenere che era “geneticamente sbagliato”.  E’ un’operazione di grande cinismo, alla quale bisogna opporsi con determinazione anzitutto nell’interesse della comunità genovese. 

Pochi giorni dopo il crollo del viadotto, l’architetto e senatore a vita genovese Renzo Piano ha consegnato al governatore della Regione Liguria un progetto preliminare, da lui definito «Un’idea di ponte». Trova che il contributo offerto dall’architetto Piano abbia dato un apporto positivo alla definizione del corretto cammino verso una soluzione progettuale o risulti in qualche modo un’anomalia?

Apprezzo lo slancio di Renzo Piano nel voler dare un contributo alla sua città ferita, rispondendo a tempo di record alle richieste giuntegli dal Governatore della Liguria e dal Sindaco di Genova. Ma quelle richieste erano sbagliate e quindi mi auguro che Renzo Piano venga invitato quanto prima a svolgere la funzione di garante dell’operazione giusta, ovvero del restauro e della reintegrazione del Viadotto Morandi attraverso un concorso internazionale di progettazione.
Renzo Piano consegna il progetto al Governatore della Liguria Giovanni Toti - Foto: Facebook Giovanni Toti
Il crollo del “Ponte Morandi” è il più eclatante e drammatico evento di questo tipo che l’Italia ha vissuto negli ultimi anni ed ha acceso i riflettori sulle condizioni ad elevato rischio di crollo in cui si trovano molte infrastrutture ed edifici italiani. Quali misure andrebbero prese perché quest’attenzione non svanisca insieme al clamore della notizia?

E’ necessario un piano di monitoraggio e manutenzione programmata del sistema infrastrutturale italiano, analogamente a quanto avviene negli altri paesi avanzati.

A poco piú di un mese dal tragico evento, come giudica la reazione del Paese e delle istituzioni?

Gli italiani, come sempre, nei momenti di emergenza danno il meglio di sé, riesumando un antico spirito di solidarietà che purtroppo, nella “normale” quotidianità, sembra perduto. Da parte delle istituzioni, invece, c’è stata una deplorevole determinazione nel procedere in una direzione sbagliata, senza nemmeno tentare una valutazione comparativa delle diverse soluzioni possibili e della relativa convenienza. Impressiona in particolare il fragoroso silenzio del Ministero ai Beni e alle Attività Culturali, dal quale non è giunta una sola parola sulla ventilata – anzi data per scontata – demolizione di un bene culturale importante come il Viadotto Morandi.

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