Cittadino del mondo, impegnato nella sperimentazione di forme e contenuti dell’architettura

Pritzker Architecture Prize 2019 ad Arata Isozaki. L’intervista ad Andrea Maffei

Paola Pierotti, PPAN
19. marzo 2019
Arata Isozaki

Andrea Maffei, partner italiano di Arata Isozaki, racconta chi è l’architetto vincitore del Pritzker Architecture Prize 2019. «Io mi sono divertito a lavorare con lui – racconta Andrea Maffei – perché il nostro approccio era sempre molto sperimentale». 

«In ogni progetto cercavamo di inventare nuove forme di architettura. A Torino abbiamo creato una fabbrica degli avvenimenti, una macchina per manifestazioni che può trasformarsi per essere facilmente riutilizzata dopo le olimpiadi. Nella stazione di Firenze abbiamo sperimentato come le forme organiche sono le più efficienti da un punto di vista strutturale, generandole da software specializzati. A Citylife abbiamo progettato un grattacielo flessibile e modulare che fosse ripetibile all’infinito».

Palasport Olimpico, Torino, foto di Alessandra Chemollo

Architetto, quale è stata la reazione di Arata Isozaki quando è stato informato del premio? Che significato secondo te ha per lui?

Isozaki ha partecipato per vari anni alla giuria del Pritzker, dal 1979 al 1984. Era il periodo in cui aveva lo studio anche a New York e lavorava in vari progetti negli Stati Uniti. Era molto amico di Philip Johnson e frequentava i salotti newyorkesi. Basti ricordare il progetto del famoso nightclub Palladium a New York, come recupero di un antico teatro, che realizzò nel 1985 coinvolgendo vari artisti, tra cui Keith Haring e Jean-Michel Basquiat. Penso che nel suo inconscio si sia sempre aspettato questo riconoscimento, anche se, secondo la riservatezza giapponese, non voleva dimostrarlo apertamente. Si tratta cioè di un premio che continua e suggella il suo stretto rapporto con il mondo statunitense.

Allianz Tower, Milano, foto di Alessandra Chemollo

In pillole la figura di Arata Isozaki. Come lo si potrebbe raccontare?

Isozaki si definisce “cittadino del mondo”. Ha sempre guardato con molta curiosità agli altri paesi e ha sempre viaggiato molto. Spesso era in studio solo due settimane al mese. Per il resto girava in tutto il mondo, con una grande forza e determinazione. Ha sempre voluto sperimentare nuove forme di architettura, di volta in volta sempre diverse. La sua non è una ricerca formale, ma di nuovi contenuti. Ha avuto un rapporto molto stretto anche con gli artisti, che lo hanno influenzato per le loro sperimentazioni di ricerca nell’arte. Va ricordata anche la sua esperienza iniziale con Kenzo Tange, che gli ha lasciato una forte impronta metabolista e che lo ha spesso influenzato in vari progetti.

Qatar National Convention Center, foto di Hisao Suzuki

Ci ricordi il tuo incontro con Arata Isozaki? Come è nata la tua esperienza con lo studio e proseguita nel tempo?

Io sono stato suo Associate a Tokyo per 7 anni e insieme abbiamo sviluppato progetti in Qatar e in Italia. In particolare lui era sempre stato molto interessato al nostro Paese perché era un grande ammiratore e studioso di Andrea Palladio. Basti vedere il suo contributo alla mostra su Palladio (2009) della Royal Academy of Arts di Londra di cui è membro onorario.

Inoltre aveva molti amici italiani tra cui quelli del gruppo Memphis, di cui aveva fatto parte, Ettore Sottsass, Alessandro Mendini, Andrea Branzi, gli architetti dell’architettura radicale Adolfo Natalini, Gianni Pettena e critici come Francesco Dal Co.

Per questo l’ho convinto a partecipare a vari concorsi italiani e insieme ne abbiamo vinti diversi come il Palahockey di Torino per le olimpiadi 2006, il complesso Citylife, la stazione di Firenze (secondo classificato) e quella di Bologna, la biblioteca di Maranello.

Nara Centennial Hall, foto di Hisao Suzuki

Tre opere che secondo te più raccontano il suo percorso? 

Inizierei con il museo di Mito e la sua Art Tower (1990). Trovo molto interessante questa torre simbolo in acciaio inox che si basa sull’elica di Boerdijk-Coxeter. Rappresenta la sua ricerca di forme che derivano da una logica matematica o da calcoli frattali e non da semplici scelte formali. È anche possibile camminare dentro fino alla sommità e i fori che si vedono in facciata sono delle finestre per ammirare il paesaggio dalle scale interne. 

Come seconda opera citerei la Concert Hall di Nara (1998). Questa si basa sullo stretto rapporto che lui ha sempre voluto instaurare tra la struttura e l’architettura. Lui ha spesso voluto definire una logica brunelleschiana tra la forma architettonica e la struttura che la genera. In questo caso con il professor Kawaguchi ha definito un ellissoide che è generato da una serie di spicchi prefabbricati in cemento armato e incernierati a metà. Essi sono stati montati a terra e poi una serie di pistoni idraulici hanno sollevato la copertura con i pannelli in una settimana per generare l’involucro architettonico. 

Infine ricorderei la Torre Allianz a Milano che abbiamo sviluppato insieme. Qui ha voluto sviluppare il concetto di una endless tower, cioè di un grattacielo modulare che potesse ripetersi all’infinito ispirato alle idee di Brancusi, ma anche dei Superstudio. Al suo interno il core è stato diviso in due parti per lasciare un unico spazio flessibile al centro. Il modo di lavorare sta cambiando rapidamente e la flessibilità di poter trasformare lo spazio a ufficio è fondamentale. 

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