Flessibilità, temporaneità, convivenza di usi e capacità di reinventarli. Intervista a 5 architetti lombardi

Cosa può fare e cosa può imparare il mondo dell’architettura dall’esperienza Covid-19

Paola Pierotti, PPAN
17. marzo 2020
Domitys, Bergamo. Foto tratta da domitys.it

Programmare l’architettura per l’emergenza e, una volta passato l’incubo Coronavirus, riconsiderare l’importanza dell’architettura, della qualità degli spazi collettivi, imparare a programmare la possibilità che alcuni edifici possano essere temporaneamente trasformati. E poi ancora, ripensare il concept dell’ospedale-modello. Riflettere sulle città vuote, senza persone, per riscoprire quanto il progetto sia centrale come attivatore di relazioni e connessioni sociali, dando senso agli spazi. 

L’emergenza Covid-19 ha scombinato i piani delle aziende, delle società e dei singoli. Se la prima urgenza nel mondo delle professioni è stata quella di riorganizzare il lavoro da casa, tra smart working e digitalizzazione, non mancano le proposte fattive di chi avanza una riflessione, di chi ribadisce il ruolo dell’architettura per programmare e costruire città diverse. Città contemporanee pronte a confrontrarsi con cambiamenti climatici o anche con le conseguenze della globalizzazione. 

Imparare a trasformare gli edifici, programmare e gestire la temporaneità. «Noi apparteniamo ad una generazione di persone in perenne stato di transfer (prendo in prestito il titolo di una mostra recente dell’amico e fotografo Michele Nastasi, "Arabian Transfer", sulla condizione temporanea della maggior parte delle persone che abitano quei luoghi, da Abu Dhabi a Dubai, da Kuwait City a Riyadh, Doha etc.), non più abituati alla stanzialità. Le nostre abitazioni sono concepite per viverci secondo un modello ormai inesistente, sono poco flessibili e difficilmente adattabili. Anche gli ospedali, sistemi estremamente complessi e sofisticati, sono necessariamente progetti rigidi, dimensionati secondo dati statistici: la matematica ci dà la misura di quante persone, in situazioni di normalità, avranno bisogno di cure mediche. Per questioni economiche anche gli ospedali sono progettati per essere abitati il minor tempo possibile». Mauro Piantelli, architetto partner dello studio De8 architetti con base a Bergamo, uno degli epicentri del Covid-19, parte da qui per una riflessione sul come programmare l’architettura per l’emergenza. «Spesso abbiamo visto operazioni fallimentari gestite in tempi di emergenza, dove temporaneo è diventato perenne (anche se poi il degrado è stato perlomeno tempestivo) e l’architettura completamente assente. In questi giorni così drammatici, tra il modello cinese di un nuovo ospedale in 10 giorni e quello milanese della riconversione di 2 padiglioni dismessi della Fiera (al di là delle polemiche politiche) credo che il modello milanese sia quello più convincente. Grandi edifici dismessi o comunque sottoutilizzati, già collegati alle reti (fognatura, acqua, luce, gas, dati), si possono impiegare come contenitori in cui riconfigurare lo spazio interno con una prefabbricazione leggera e temporanea. È una soluzione flessibile, veloce e transitoria». Anche se suona come un ossimoro il mondo delle professioni converge sull’idea che l’emergenza debba essere programmata, «dovremmo imparare come trasformare velocemente alcuni edifici, tipo i palazzetti dello sport, affinché in situazioni d’emergenza possano essere diversamente utilizzati, con moduli prefabbricati da “agganciare” come protuberanze tecniche di servizio (ambienti sanitari supplementari, centrali tecnologiche, cucine etc)». 

"SPAZIO EDUCATO" - centro civico e kindergarten, di De8 architetti, Castel Cerreto (Bg). Foto di Michele Nastasi

Ripensare l’ospedale-modello, alternativa ad una macchina iper-tecnologica. Alla riflessione sulle potenzialità del design in questo tempo del Coronavirus si unisce la voce di Filippo Taidelli, progettista tra l’altro del nuovo campus di Humanitas. «Questa pandemia ha fermato le lancette della nostra vita produttiva quotidiana. Ci siamo accorti che eravamo in un sommergibile che andava veloce forte di ferree convinzioni, ora il sommergibile riaffiora a pelo d’acqua e mettiamo fuori la testa. Ci rendiamo conto di essere vulnerabili, siamo natura e come tale vulnerabile. Le città dove viviamo tornano ad essere drammaticamente respirabili. Guardiamo dentro noi stessi e al nostro ambiente e sorgono molte considerazioni sparse, preziose linee guide per un mondo che non sarà più lo stesso». Taidelli sposta l’attenzione sull’ambiente circostante pur ricordando che «nell’ultimo secolo, quando si trattava di progettare ospedali – aggiunge – ci si è concentrati sul costruire grandi industrie della sanità iper-tecnologiche, per aumentare il ciclo di produzione della merce-paziente, ma ci si è dimenticati dell’uomo e dell’ambiente per curarlo. Questo virus ci insegna anche che forse la tipologia dell’ospedale che credevamo modello, non lo è veramente. Che sia il caso di riconsiderare la tipologia a padiglioni del secolo passato?». Nella riflessione di Taidelli c’è spazio per il ruolo della professione e per il cambiamento di un mestiere: «Uno stop di pochi mesi per piccole realtà professionali, boutique tipiche italiane, rende difficile l’attesa della ripresa. Dall’altra parte non tutti i mali vengono per nuocere – commenta – questa epidemia ha velocizzato un processo di digitalizzazione in Italia un po’ sonnolento e nell’arco di una settimana abbiamo applicato una efficace modalità alternativa per andare a scuola e lavorare a distanza». Non solo, «ha accelerato il processo di ibridazione degli spazi dove viviamo, la nostra casa diventa più di prima ufficio coatto, scuola, asilo e ancora un po’ residenza. Conseguenza? Noi architetti dobbiamo esser pronti ad inventare nuovi involucri in grado di accogliere flessibilmente questi cambiamenti. Il lavoro non mancherà ma prima bisogna superare il guado».

Campus Humanitas University di Filippo Taidelli, Milano. Foto di Andrea Martiradonna

Città e umanità fragili, il progetto urbano sia attivatore di relazioni. «Usciremo da questa situazione più consapevoli di prima del fatto che un progetto urbano è prima di tutto e soprattutto un attivatore di relazioni e connessioni sociali che costruiscono luoghi, danno senso agli spazi, contenuto ai contenitori. L'esperienza che stiamo vivendo – racconta Paolo Cottino, ceo e direttore tecnico KCity – potrà e dovrà indurre anche un diverso orientamento dei nostri progetti, dando priorità allo spazio collettivo e tenendo conto di tre parole chiave: fragilità, flessibilità e felicità». Primo punto. «Stiamo realizzando di essere in generale una umanità fragile – spiega – che include al suo interno una componente ancora più fragile, la cui protezione è affidata più di quanto pensavamo ai comportamenti e alle sensibilità che vengono adottati dalla maggioranza del “gregge” nella vita quotidiana». Ritorna ancora il tema della flessibilità, accennato da Piantelli e Taidelli, «di fronte agli imprevisti, dovremo concepire e organizzare gli spazi rendendoli strutturalmente adattabili ad esigenze mutevoli e facendo diventare questa competenza adattiva una componente indispensabile della cultura progettuale». Spazio anche alla felicità, ma come? «Si tocca con mano che l'energia necessaria ad affrontare i problemi – a cominciare da quelli che paiono più intrattabili – si genera trasformando l'istinto di conservazione individuale in un desiderio di felicità collettiva. Quello stesso desiderio che in questi giorni ci porta a uscire sui balconi, inventandoci con voci e suoni un altro modo per far vivere la città e rassicurarci che tutto andrà bene». 

Piccole dimensioni e capacità di adattamento per resistere alla crisi. Ma quale lezione si può trarre da questo momento di crisi? Cosa cambierà per i professionisti? «Vado controcorrente – dice Franco Tagliabue Volontè, ifdesign – in fondo, nel mezzo della tragedia, è la piccola rivincita del modello italiano: piccole dimensioni (la struttura media degli studi del Belpaese è micronica, diciamo dai 2 ai 5 componenti) e capacità di adattamento: l’Italian Theorybene descritta nel 2012 da Pier Luigi Nicolin e Nina Bassoli in Lotus 151. Per noi è cambiato veramente poco. Lavoriamo da casa ispirati da un paesaggio strepitoso invece che con la luce ridotta di un seminterrato. Con le nostre risorse economiche limitate riusciamo a garantire le prestazioni e pagare i nostri pochi collaboratori con i quali comunichiamo con estrema facilità. Molto più grave per i grandi studi e le società di ingegneria, che fagocitano il mercato smerciando efficienza, problem solving e hi-tech, in realtà annichilendo il pensiero, e adesso si affannano a dichiarare ciò che non possono garantire e cioè che la macchina funziona lo stesso con lo smart working e complessi network. Chissà se ora anche gli investitori, ultimamente incantati solo da quelle sirene, si accorgeranno che un modello diverso da quello aziendale è in grado di dare risposte migliori. L’emergenza sta mettendo in crisi molte delle nostre certezze, forse anche queste. Con poche persone e un telefono in mano si sono costruiti grattacieli meravigliosi. L’Italia è fatta di artigiani, anche nella progettazione. Questo ci aiuterà». 

Per il futuro investire sulla creatività e l’urbanistica sostenibile. «La nostra professione negli ultimi anni è stata troppo pervasa da un eccesso di autoreferenzialità che nulla aveva a che fare con gli obiettivi di comunità che invece ogni azione progettuale, a mio modo di vedere, dovrebbe considerare come imprescindibile. Una professionalità che non è più incisiva, o perlomeno lo è poco, nel dire come gli ambienti urbani dovrebbero essere progettati, rispettati, trasformati. Il nostro mestiere pare aver infatti lasciato ad altri la responsabilità sulle visioni. L’amministrazione della cosa pubblica – commenta Andrea Boschetti, Metrogramma – è la grande assente e con essa anche le discipline urbane si sono perse, nonostante fossero le uniche delegate, per loro stessa natura, a riflettere responsabilmente intorno a visioni di futuri possibili. L’architettura e l’urbanistica si sono così rifugiate in altro per sopravvivere, staccandosi progressivamente da qualsivoglia impegno civico, culturale e sociale che costituisce invece l’essenza stessa del proprio esistere. Un’autoreferenzialità che è divenuta il problema per eccellenza del progetto a tutte le scale e che ancora oggi ci riguarda e non poco, come purtroppo in questi giorni tristemente constatiamo. Vi immaginate la protezione civile che ingaggia oggi gli ordini professionali per la costruzione rapida ed efficace di luoghi sanitari d’emergenza?!». Lo sguardo va al futuro e Boschetti sintetizza alcuni temi richiamando l’attenzione sul “concetto di sicurezza (in senso ampio) della città contemporanea e dei propri territori” e di bene comune. «La creatività – ha aggiunto Boschetti – deve tornare ad essere l’antidoto, il vaccino rispetto alla prevedibilità ma anche all’imprevedibilità degli eventi stessi. Vanno cioè definite azioni e risposte in anticipo su possibili scenari critici. E l’urbanistica sostenibile dovrà essere la nuova sfida assoluta e irrinunciabile per la sopravvivenza di un domani. Una rivoluzione necessaria, concreta ed innovativa dei modi e degli approcci di progetto a tutte le scale». 

Vista aerea dell’area di progetto del team composto da Stefano Boeri Architetti, Metrogramma, Inside Outside (render di The Big Picture, per cortesia di SBA)

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